Descrizione
La storia di Dambel affonda le sue radici nell'antichità. I ritrovamenti archeologici testimoniano insediamenti già da prima del 2500 a.C., ovvero nell'età della pietra lavorata. Nel corso dei secoli si susseguirono poi le civiltà dei Reti (VI-I sec. a.C.), dei Galli Cenomani (300 a.C.) e dei Romani, come testimonia la Tavola clesiana del 46 d.C.
Il primo documento in cui è nominata la località di Dambel risale al Medioevo (1231 d.C.). In questo scritto è indicata col nome di “Amblo”. Pochi anni dopo, nel 1242 viene citata la Chiesa di S. Maria Assunta.
La chiave "Etrusca" di Dambel
Nel 1870, un particolare ritrovamento fece parlare molto di Dambel. Erano gli anni dei primi scavi archeologici in Val di Non e gli storici discutevano su quali popolazioni fossero state presenti nelle nostre terre. Alcune teorie ipotizzavano la presenza di popoli etruschi e reto-etruschi. Il fabbro di Dambel pensò quindi di forgiare una chiave e incidervi un’iscrizione di parvenza etrusca. Per farla apparire antica la immerse nella calce e la graffiò con la carta vetrata. La sotterrò poi in un orto nei pressi del Doss di Sadorni. Qualche anno più tardi, il falso reperto archeologico venne ritrovato e destò molta attenzione tra storici e archeologi, che cercavano di stabilire la sua origine. Era una chiave di dimensioni notevoli (44 once di peso e un piede di lunghezza) e di fattura elaborata. Si ipotizzò dunque che potesse essere la chiave del tempio dedicato a Saturno che anticamente si ergeva su quel colle. Il parroco di Dambel mandò una copia della chiave a Roma, allo studioso e archeologo padre Camillo Tarquini. Il suo giudizio venne pubblicato sul giornale VOCE CATTOLICA del 21 marzo 1870. Il Tarquini confermava l’autenticità del reperto. L’iscrizione conteneva infatti termini insoliti e seguiva perfettamente le regole grammaticali della lingua etrusca. Il fabbro aveva quindi fatto un ottimo lavoro di falsificazione. Le ipotesi sulla chiave si susseguirono per qualche anno, finché il fabbro decise di plasmare un’altra chiave. Questa volta non ebbe successo e si venne a sapere che la tanto discussa chiave “etrusca” di Dambel era una beffa.
Il prezioso ritrovamento
Durante i lavori di restauro della Chiesa di Santa Maria Assunta dell’ottobre 2004, sul lato dell’edificio che guarda il cimitero, è stato rinvenuto un affresco del ‘400. Esso abbelliva la facciata del corpo quadrato dell’antica costruzione, che sorgeva in questo luogo da tempo immemorabile.
Nella metà del ‘500, un nuovo muro venne eretto per ampliare il luogo di culto, e poiché non venne “ammorsato” a quello preesistente, ma solamente appoggiato, l’affresco è giunto a noi abbastanza integro e ben conservato. La figura rappresentata è una trinità a tre volti, uniti tra di loro, con tre nasi, tre bocche e quattro occhi: quello centrale è Dio, alla sua destra Gesù, a sinistra lo Spirito Santo. La mano destra è alzata, in segno di benedizione; alla sua sinistra si può vedere un libro aperto con scritte alcune parole del Padre Nostro. In alto si può leggere: Jhavannes de Leoncellis e la data 1747.
La leggenda di Santa Barbara
Si presume che Santa Barbara sia vissuta sul finire del trecento dopo Cristo, in Antiochia (nella zona dell’attuale Turchia) o in Toscana. Barbara era una bellissima ragazza richiesta in sposa da molti pretendenti, ma lei non aveva intenzione di sposarsi, perché voleva consacrarsi a Dio. La leggenda narra che Dioscuro, suo padre, non accettasse la sua decisione e così fece costruire una torre per rinchiudere al suo interno la figlia.
Barbara, prima di entrare nella torre volle immergersi tre volte nell'acqua in una piscina vicina all'edificio per ricevere così il sacramento del Battesimo. Per ordine di Dioscuro, la costruzione avrebbe dovuto avere due finestre, ma barbara volle aprirne tre, in onore alla Santissima Trinità. Ma il padre pagano, venuto a conoscenza che la figlia si professava cristiana, decise di ucciderla. Questa, passando miracolosamente tra le pareti della torre che la imprigionava, fuggì.
Tradita da un pastore, cadde nelle mani del padre, mentre per castigo divino il gregge del pecoraio si tramutò in uno sciame di scarabei. Dioscuro la trascinò davanti al giudice affinché fosse torturata ed uccisa. Questi decise di far avvolgere il suo corpo in panni rozzi e ruvidi tanto da farla sanguinare in ogni parte. Durante la notte Barbara ebbe una visione e fu completamente risanata.
Il giorno successivo il giudice sottopose la donna alla tortura con piastre di ferro roventi, ma le fiamme, accese per tormentarla, si spensero quasi subito. Non ancora contenti frustarono Barbara e la portarono nuda per la città, ma lei tornò miracolosamente vestita e sana. Alla fine il giudice le impose il taglio della testa e Dioscuro stesso eseguì la sentenza. Mentre la testa di Barbara cadde al suolo, una saetta discesa dal cielo incenerì il suo crudele padre.
Nel Medioevo Barbara era molto venerata e invocata soprattutto in punto di morte, oggi è ricordata il 4 di dicembre ed è protettrice di quelle persone esposte, per il loro lavoro, al pericolo della morte istantanea: artificieri, artiglieri, carpentieri, minatori e, in particolare dei vigili del fuoco.
Cenni storici su Dambel e le sue chiese
La prima notizia della Chiesa parrocchiale risale al 1242. Fu eretta ad occidente del paese, sul Doss di Sadorni. Studiosi importanti affermano che la parte centrale della chiesa sia stata ricostruita sui ruderi dell’antico tempio dedicato a Saturno. La parte più antica è di base quadrata, misura 8 per 8 metri. Il presbiterio fu aggiunto tra il 1433 e il 1520, lo si può dedurre dallo stemma nobiliare dei Rolandini situato sulla volta, realizzato tra il 1433 e il 1447.
L'ampliamento verso sud venne eseguito nel 1570, come risulta dall'iscrizione sopra il portale: Anno Domini 1570.
La chiesa aveva un campanile che si trovava vicino alla porta centrale, nel lato che guarda verso il paese. Esso non era molto alto e si pensa che sia crollato o andato distrutto. Venne poi ricostruito dove si trova tuttora verso la fine del 1500.
Il pavimento, molto prezioso, era di grandi lastre di pietra, che ancora oggi si trovano nella chiesa. Al centro del soffitto c’è un buco. Si pensa che lì fosse collocata la testa che ora si trova sopra la porta principale della chiesa. Si ipotizza che sia stata spostata perché era un simbolo pagano.
I banchi della chiesa nel 1742 erano cinque, riccamente incisi e riservati alle famiglie nobili: tre appartenenti alla famiglia Genetti e due alla famiglia Ebli, le file successive dei banchi erano destinate alla popolazione. Ora questi banchi sono collocati nella chiesetta di Saorì.